La stanza non aveva pareti.

Ogni singolo centimetro di muro era nascosto dietro un’immensa libreria in legno scuro. Nessuna mensola era incompleta, a nessuno scomparto mancava un libro. Il freddo era penetrante, irrigidiva le ossa, ed era l’unica cosa a tenere in piedi Francesco Giordano. Il suo sguardo giaceva immobile sulla fila di diari del fratello. Occupavano il tassello centrale della libreria, che per casualità era esattamente all’altezza dei suoi occhi. Aveva una voglia quasi incontrollata di imbracciarli tutti e sbatterli sul pavimento. Di dare fuoco alla stanza intera, almeno per scaldarsi un po’ le mani. Era tornato quella mattina dal suo weekend con Nina. Lei amava tutto ciò che gli altri odiano quasi nel profondo. L’uvetta e i canditi, i lunedì mattina. Il mare d’inverno. È stato così che l’aveva portata tre giorni all’isola d’Elba, partendo all’improvviso, anche se era febbraio. 

“A che ora è rincasato?” gli domandò l’agente.

“Verso le nove. Il riscaldamento era spento, la finestra aperta come lo è adesso.” Indicò l’enorme finestra spalancata che occupava il posto della parete di fondo. Nonostante le tende ambrate, la luce che si insinuava nella stanza era viscidamente tetra.

Il medico legale era un uomo basso dagli occhietti grigi e impassibili. “Secondo un primo esame, Lino Giordano è morto da almeno ventiquattro ore. Non ci sono ferite evidenti. Si può pensare ad un avvelenamento, ma potrò dirlo solo dopo l’autopsia.” Scambiò qualche altra parola sottovoce con l’agente, poi tornò indietro a dare l’ordine di prelevare il corpo. Francesco si sforzò di non voltarsi in quella direzione. 

“Ha idea di qualcuno che potesse avercela con suo fratello? Nella vita, sul lavoro…” Il poliziotto tornò al suo colloquio preliminare. 

“Sapevo del suo vice in azienda.” L’altro annuì e annotò. 

“Hanno avuto scontri recenti, che lei sappia?”

“Il vice si chiama Anselmo Lecchi, e copre il suo ruolo da circa cinque anni. Lino me ne parlava sempre come di un uomo pacato ma astuto, e con grandi ambizioni. E non solo. Mio fratello era divorziato: il suo matrimonio è durato non più di tre anni, e nel mettere in atto le pratiche del divorzio, capitò che Martina, l’ormai ex moglie, conobbe Anselmo.”

Il poliziotto scriveva lentamente, quasi troppo. Pareva non capisse bene la sequenza logica degli avvenimenti. “Perché segnala questa vicenda?”

“Martina Longo e Anselmo Lecchi si sono sposati sei mesi fa.”

Quello sollevò le sopracciglia lievemente colpito, come se invece che di un caso d’omicidio si stesse parlando del finale di stagione di DayDreamer. 

“Verificheremo dove fossero il signor Lecchi e signora alla probabile ora della morte. Lei si tenga disponibile.” Esordì alla fine con voce piatta. 

Francesco assentì, ma il suo sguardo sembrò perso agli occhi dell’agente. Gli era appena tornato in mente un grigio giorno d’inverno esattamente come quello. Le strade erano deserte, nevicava piano. Erano ancora due bambini. Non li univa nessun legame magico, nessun tatuaggio a pennarello, nessun giuramento di sangue fatto con gli spilli. Lino e Francesco erano simili: due lupi solitari. Uno sempre con la matita in mano e gli occhiali rossi un po’ storti sul naso, l’altro abbracciato alla sua polaroid. Uno destinato a fare successo, l’altro ad una vita mogia in attesa della grande svolta. Uno disposto a metter da parte la passione per la carriera, l’altro sempre avvinghiato a un sogno di piombo che lo trascinava a fondo. Francesco aveva sempre voluto fare il fotografo. Da piccolo gli piaceva l’idea di acciuffare i colori e metterli tutti in quella strana scatoletta che aveva costantemente fra le mani. Da grande forse, la mera illusione che le cose possano sempre restare uguali. Senza intristirsi, senza morire. Non aveva mai smesso di crederci. Mai, neanche per un istante. E così, mentre Lino si accontentava di un posto come assistente, Francesco comprava venticinque metri quadri svalutati per aprire il suo piccolo studio. A distanza di quindici anni da quelle scelte, Francesco arrivava a stento a fine mese, e Lino era, o meglio, era stato, direttore dell’azienda alla quale aveva dedicato la vita. 

E forse proprio quella decisione gli era stata fatale. 

Francesco uscì a passo incerto dalla stanza. Tutt’a un tratto una biblioteca gli parve inadatta a trasformarsi nella scena di un omicidio. Le memorie, gli studi, le passioni di una vita che ti guardano spegnerti prima che tu finisca di amarle. Si era fermato a leggerle di nascosto un numero indicibile di volte: Lino Giordano non era solo un uomo d’affari. No, non era l’economia il suo talento, e nemmeno la finanza. Se Lino Giordano avesse avuto lo stesso animo sognatore del fratello, sarebbe certamente diventato scrittore. Era creativo, brillante. Aveva concluso il liceo classico innamorato perso della filosofia. Riempiva pagine e pagine di storie e pensieri, di poesie, di racconti. Di dibattiti inventati fra sé e sé, portando le sue opinioni al cospetto di pensatori ben più grandi di lui. Ma alla fine gli era mancato il coraggio. Aveva scelto una professione sicura, rispettabile, e aveva lasciato i giochi da romanziere chiusi nei cassetti. Che spreco di talento. Pensò Francesco. Rimase a guardare il vialetto di tigli spogli. Mezz’ora dopo la polizia se ne stava andando, e lui era ancora lì, gli occhi adagiati sul selciato, immobili, nella ricerca statica di un senso. Sul suo cellulare comparvero un nome e una fotografia. Una donna. Taglio corto, espressione composta e trucco sfacciato. Nina. 

“Arrivato a casa?” 

Le parole uscirono dalla sua bocca saltellando di centomila colori. La tristezza profonda di Francesco le assorbì pian piano. Le rimasticò in silenzio. 

“Sì.”

“Stai bene?”

“Sì.”

“Hai mangiato?”

“Sì.”

Non sapeva da dove cominciare. Non aveva forza di contraddirla. Non aveva idea di come dirle: “Ho bisogno di te, vieni qui, ti prego. Stringimi forte, che non ho voglia di piangere. Hanno ucciso mio fratello.” Continuava semplicemente ad annuire, come se in qualche modo lei potesse capire. Hanno ucciso mio fratello. Non sapeva chi, non sapeva perché. E pensava e ripensava a Martina, ad Anselmo, al divorzio. Fatti di cui aveva solo avuto notizie lontane. Ma aveva sentito il bisogno di puntare il dito, di dare una faccia al colpevole. Di dare la colpa a qualcuno che la meritasse, e non ad un destino scritto. Francesco ai disegni non ci credeva. Alle mappe tracciate, alle cose già decise, a Dio. Credeva solo agli istanti, al presente, al flash. Credeva solo alle fotografie. 

“Dove sei tu?” chiese ad un certo punto.

Sentì dei passi affrettati, rapidi ma cadenzati. Rumore di tacchi. Il segnale di un ascensore che viene chiamato. “Sto uscendo a fare la spesa. Hai bisogno di qualcosa, amore?”

“Sì.”

“Dimmi, poi ti porto tutto. Avrai il frigo vuoto… che ti serve?”

Francesco esitò. “Te.” 

“Caldo?” domandò ancora Nina con voce distratta. Tornò come un’ondata la confusione del traffico in vivavoce. Tè caldo. Lui aveva bisogno di lei, della sua donna, di una sua carezza. Ma lei era lontana, aveva pensato al tè caldo. 

“Voglio te, Nina. Voglio te, ho bisogno di te. Qui.”

“Arrivo.” Ripose lei semplicemente. Senza chiedergli cosa fosse successo, o se fosse una semplice voglia del momento. Chiuse la chiamata, andò verso l’auto. Ci mise cinque minuti buoni ad attraversare la strada: nessuno accennava a volersi fermare per farla passare. Nessuno aveva più fretta di lei, ma mantenne la calma. Sono cose che si devono imparare quando per anni hai sulle spalle un lavoro importante e grandi responsabilità. Nina era proprietaria della più grande casa editrice della zona. Pagò il parcheggio e ritirò il tesserino. Non perse mai il controllo: mise in moto. Mentre imboccava la strada principale vide due volanti accostare ai piedi di un alto edificio con enormi finestrate. 

Erano passate le tre del pomeriggio quando corse incontro all’uomo della sua vita e lo strinse forte. Era preoccupata. Francesco non era un tipo dolce. A volte caldo, passionale, ma mai dolce. E invece le aveva detto che era lei, lei era l’unica cosa di cui aveva bisogno. 

“Quando se n’è andata la polizia?” 

Sciolse l’abbraccio e lasciò sedere Francesco sul divano. Prese posto sulle sue gambe, posò la mano sulla sua guancia. Lui alzò lo sguardo, sgranò gli occhi come se si fosse appena svegliato. Lei gli riallacciò le braccia al collo, come se fosse la sola cosa che era in grado di fare.

“Circa un’ora fa.” Rispose. Ma era assente. La polizia se n’era andata. Sì, se n’era andata. Se n’erano andati tutti, con il cadavere di suo fratello nell’auto e la prassi a inebetire loro il lato umano. E ora forse erano già in sede, in azienda. A requisire le sue carte, a setacciare il suo ufficio. Ad affondare le mani nella sua vita e afferrarne i cardini. Forse avevano già trovato prove, arrestato Anselmo.

“Ti va se metto un film?”

Francesco scosse lentamente la testa.

“Amore, hai bisogno di distrarti…”

Lui si tirò su di scatto, e per la prima volta da quando era arrivata la guardò. Osservò i suoi occhi ampi e azzurri, vestiti d’ombretto celeste chiaro. Sereni, pieni di vita, com’erano sempre stati. Ma tutt’a un tratto gli parvero finti. “Da cosa?”

Lei allargò le mani in un gesto di ovvietà, ma restò zitta. A volte capitava che avesse questi scatti di rabbia. Era un tipo irascibile. Invece che spogliarsi dello sguardo inquieto del suo uomo, lasciò che le cingesse le spalle. Camminò piano, attraversò la stanza. Sulla porta si voltò e tese la mano. Francesco non la prese, ma s’accinse a seguirla. Arrivarono in biblioteca. 

Nina si sedette sulla scrivania, accavallò le gambe magre. “Lo sai che ho sempre voluto solo il meglio per te. Io ti amo, Francesco. Ti amo dal primo momento che ti ho visto e…”

“Che ne sapevi della polizia?” la interruppe lui.

Allora lei saltò giù dal tavolo e gli prese i polsi. Prese ad accarezzarli con i polpastrelli, lentamente. 

“Chi te l’ha detto che qui c’era la polizia?”

Un sorriso si aprì sulle labbra di Nina. “Questa vita infelice è finita, amore. Pubblicheremo tutto. Tutti i suoi libri ora sono tuoi, come se li avessi scritti tu.”

Fece una pausa, gli baciò entrambe le mani. 

“È andato tutto bene. Lui è morto, e tu, tu ora sei ricco.” 

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